Estate 2026

800 pagine, 21 delitti, violenze ricorrenti, povertà ideologica, disonestà intellettuale, giustificazioni cieche, bugie sottaciute, analisi ipocrite,  bullismo mascherato, egoismi contrapposti.

Se alla fine riuscite a venire a capo di queste pagine, vi coglie un senso di nausea sempre più accentuato. Troverete chi c'era e racconta di aver picchiato, ed oggi è (stato) amministratore, sindaco, deputato, senatore; chi ha chiesto scusa e si dimostra pentito, e cerca il silenzio, per pudore, o la testimonianza, per riparare; chi non ha chiesto scusa per nulla, perché era una guerra, e nella guerra si usano i coltelli, le pistole, gli attacchi e le ritirate; chi  sostiene di non aver ucciso nessuno, ma di aver combattuto lo Stato deviato e antidemocratico nello Stato repubblicano, lasciando che altri ci rimettessero la vita (vittime, amici, familiari) perché sono i rischi della lotta; chi ha usato male le parole, rivendicando di non aver fatto male a nessuno, in un assunto culturale evidentemente rattoppato, privo dell'elementare consapevolezza di ciò che fa l'intimidazione e la propaganda. 

Vorrei citare un passo dell'autore che riassume bene il senso di questa lettura e, se mi si consente, anche del mio lavoro di approfondimento sugli anni '70 e gli Anni di Piombo: 

Così, quando si ferma la giostra, quando il carillon delle speranze collettive cessa di suonare, capisci che la cosa più malinconica è proprio questa: se c'era un'idea nobile, nelle utopie di *** era l'idea di rifare il mondo cancellando le differenze di censo e di classe; se c'è un'idea ignobile, nelle abiure dei pentiti di oggi, è il tentativo di salvarsi l'anima nascondendo ogni responsabilità dietro la maschera del «cattivo», accusando il «mostro» ** dell'unica colpa che non è nemmeno tale: la sua origine popolare. Quando la giostra smette di girare, la cosa più triste è vedere che trent'anni possono passare invano, e che quando la musica finisce, quegli stessi ragazzi che avrebbero voluto mettere a ferro e fuoco il mondo per cambiarlo sono tornati disciplinatamente a difendere le proprie piccole miserie, le loro pretese di innocenza, i loro antichi privilegi di classe. [gli asterischi sono miei]

Penso che questo fu l'errore sottinteso, l'occasione persa: voler ricondurre tutto, da una parte e dall'altra, all'egoismo e al privilegio di gruppo, anziché all'Altro, che fosse uomo, donna, giovane, vecchio, antipatico, simpatico, con le Clarks o con i Camperos. I '70 furono anni di grandi riforme, certo, alcune delle quali però rivelatesi insostenibili, mal declinate, bugiarde: probabilmente introdotte dalla una parte della classe politica per accecare la maggioranza dei cittadini, non per dare un'iniezione democratica al nostro Paese. Che cosa resta oggi dei decreti delegati a scuola, del sistema sanitario nazionale, della spesa pensionistica-monstre? Misure populiste. Poi, certo: il divorzio, il diritto di famiglia, l'aborto.. ma intanto anche il consumismo sempre più invasivo, la mancata riforma fiscale, un sistema di concorsi scolastici sempre meno efficienti, per una "cultura di massa" che fu solo un equivoco, dato che le statistiche, e la constatatazione di chiunque osservi la società intorno a sè, dicono altro.

Credo che la sinistra abbia perso un'occasione importante, perché avrebbe dovuto essere più attrezzata culturalmente e anche socialmente, per vedere e prevedere i guasti della contrapposizione violenta. Ma il PCI, che dopo qualche iniziale esitazione si schierò nettamente contro gli attacchi violenti, venne attaccato dagli extraparlamentari e da non pochi intellettuali che si ritrovarono su posizioni innocentiste a prescindere e forse anche, se mi consentite il termine, "negazioniste". Certo, l'MSI, il Fronte della Gioventù e il Fuan furono molto meno sensibili a un'analisi critica che, come dice bene l'autore, avrebbe dovuto prendere nettamente le distanze dal Piano Solo, dai Golpe Borghese, dagli apparati deviati della "strategia della tensione", e da tutte quelle dimostrazioni di orgoglio fascista che perdurano ancora oggi non hanno nulla a che fare con il rispetto delle vittime  (detto tra noi: rientreste a casa vostra se davanti ci fossero questi manifestanti?)

Il rispetto implica, fin nel proprio etimo, di saper guardare gli altri. La cecità può essere rivestita anche con giacca e cravatta, quando non diventa malafede. 

É l'ultimo libro di poesia di Giuseppe Langella, docente emerito di Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Cattolica di Milano. La raccolta si intitola 'La messa del lunedì" perché l'autore intende sottolineare la simbiosi tra tempo spirituale e tempo mondano, così come tra fede e opere (poiesis: fare, creare, produrre). 

Ho ascoltato la piacevole conversazione dell'autore, dall'eloquio attento ma senza alcuna sbavatura leziosa. Non è frequente oggi ritrovare persone che riescano a parlare così bene, con naturalezza. Ho comprato la raccolta, l'ho letta. Lo stile è davvero gradevole: chiaro, perspicuo, costruito sull'ottima maneggiabilità dell'endecasillabo, delle rime, del ritmo, con un'attenzione lessicale non comune ai nostri giorni. 

A mio parere è però meno credibile il richiamo ad una poesia dichiarata "civile" ma in realtà di scarso peso specifico: tutta legata, anche quando si fa riferimento a fatti internazionali, al privato. 

Chiar.mo prof. Langella, di certo io non ho i Suoi titoli, e neppure quelli dei Suoi interlocutori, per poter condurre una  conversazione con Lei: ma la poesia onesta ha bisogno anche di una coerenza e sobrietà intellettuali che i circoli accademici non possono apprezzare. 

Un'altra scalfitura alle pieghe di ignoranza che, inevitabilmente, mi affliggono insieme a molte altre cose: un titolo consigliato da Melania Mazzucco nel numero di Robinson della prima domenica di agosto, per provare a leggere quindici libri "da un'ora" in quindici giorni, spegnendo il cellulare e lasciandosi prendere dal flusso dei romanzi brevi proposti.

E accidenti se è stato così per questo libro, che ho letto in una mezza serata serata ammirandone la filigrana di attualità della prima parte della vicenda. Quest'ultima sembra davvero scritta in questi giorni: un professore di storia e geografia si stupisce dell'aridità, dell'ottusità mentale e della mancanza di umanità dei propri alunni, ed è costretto a guardarsi da genitori fanaticamente intesi ad approvare e difendere le idee di un sistema sociale evidentemente ispirato al nazismo. 

Certo, il Dio che il protagonista sente ritornare in sè è Quello che predica la Verità, quella che lo rende finalmente libero... una libertà troppo leggera e felice, che mal si concilia con la realtà e con la stessa vicenda autobiografica dell'autore. Ma se vi fosse la possibilità di dare ancora un libro da leggere agli alunni, lo sceglierei senza troppe esitazioni. 

Tra i frutti del ’68 si annovera anche l’esperienza di Mauro Rostagno, tra i fondatori di Lotta Continua e cofondatore della comunità terapeutica Saman, ucciso nel 1988, a 46 anni, in un agguato mafioso. L’epilogo della sua vita rappresenta un esempio di coraggiosa e appassionata ricerca della verità, di denuncia del malaffare e dello stato delle cose nella società, almeno in quella trapanese. Il ricordo della figlia, accompagnato dalle parole di Andrea Gentile, suscita tenerezza, costruito su un affetto che, se da un lato ha lasciato un vuoto inevitabile nella vita di una ragazza di 15 anni, dall’altro è diventato un’eco profonda: nel libro si legge come nei giorni e nelle scelte di Maddalena si siano riverberate la voce, lo sguardo e le idee del padre, fino a trasformarsi in un testimone d’affetto per suo figlio Pietro.

Se però si leggono queste pagine con l’intento di cogliere i frutti della lotta politica del ’68 e di ciò che ha rappresentato, i colori si fanno meno vividi. La provocazione del candidato alla tesi di laurea, conclusasi con la lode, appare come una circostanza meschina, scaricata sulle spalle di uomini storditi e, si direbbe, anche impauriti; gli incarichi successivi vengono costruiti su ciò che oggi si definirebbe selezione fiduciaria; la presa di distanza dalla violenza non si è mai davvero separata dal dialogo con Renato Curcio, neppure quando, nel 1974, l’amico era già ricercato. Come accade purtroppo per molti esponenti di quegli anni, gli esiti della lotta armata vengono percepiti come qualcosa di estraneo, diverso, equivocato. E l’intervento di Rostagno alla celebrazione del ’68 all’Università di Trento, nel febbraio del 1988, fa apparire quell’appuntamento come una rimpatriata tra amici, priva di quell’analisi che ci si sarebbe aspettati da un sociologo: che forse non è riuscito a vedere fino in fondo nella società trapanese, ritenendo di poter cambiare lo stato delle cose in una provincia dove i suoi editoriali televisivi facevano il botto, ma dove tutto si è trasformato in una celebrazione dell’eroe e non in un’autentica presa di distanza dei cittadini dal metodo mafioso.

Letture per l'anno che verrà a settembre: e questa è splendida. A un certo punto mi sono chiesta se non fosse il caso di proporre ai liceali la prova della Mazzocchi anziché quella di Culicchia, ma l'entusiasmo è stato frenato dalla riflessione: il libro di Culicchia, come ho scritto, si legge come un romanzo; questo richiede di conoscere la storia dal '68 al '98, altrimenti lo ridurremmo a un piccolo diario con qualche momento lirico.

Eppure, mentre lo leggevo, ammiravo la capacità dell'autrice di costruire le pagine senza mai cadere nella mera cronaca. E' anche una bella riflessione su come debba articolarsi la pena detentiva, tesa a  sollecitare l'intelligenza della persona anziché frustarla.

Il prossimo anno ho due quinte, di cui una del liceo con tutto il suo carico di aspettative: quindi recuperiamo  un po’ delle letture che mi permetteranno, almeno cosi spero, di spiegare in modo meno manualistico gli autori da portare alla maturità.

Pavese non mi piace granché; dei tre titoli che ho letto nell’ultima settimana, salverei solo La casa in collina. Credo che la narrativa neorealistica italiana ci abbia consegnato titoli che sono nelle letterature per dovere storico e di testimonianza, quali realtà che si scrollavano della retorica fascisteggiante per guardare a una nuova Italia; tuttavia, almeno secondo la mia opinione, hanno lasciato prove dove non troviamo capolavori imprescindibili. Gusto mio personale? Mancanza di una prospettiva  che vada oltre il respiro della provincia? 
 Fenoglio e Primo Levi, per me, hanno una ricaduta ben più significativa. 


©Paola Comelli, 2026. Tutti i diritti riservati. Le immagini sono state scattate dall'autrice.

paola66.scrittura@gmail.com  
Creato con Webnode Cookies
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia