A.S. 2025/26

Credo che Dove non mi hai portata sia uno dei libri più affascinanti che abbia mai letto da qualche tempo a questa parte. Uso la parola "affascinante" perché ti seduce nella sua prosa a tratti poetica, nei suoi "a capo" che interrompono il flusso della lettura; e poi ti avvolge la vicenda, degna di una sceneggiatura audace e invece vera, verissima, ricostruita con amore e coraggio dell'autrice, grazie anche ai suggerimenti della sua figlia quattordicenne. Impossibile resistere a quelle pagine, e altrettanto inevitabile che il libro non potesse vincere il Premio Strega 2023: la raffinata scelta stilistica richiede d'essere riconosciuta e condivisa da parte del lettore, e ciò non è scontato. 

Splendi come vita, prova precedente, è invece un po’ meno convincente, credo soprattutto perché l'ho detto successivamente. Resa la tragedia sottostante, quella di un amore che divenne strazio, come si legge nelle parole dell'autrice: Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due [madre e figlia], a un quotidiano dolore, a un quotidiano rifiuto, fino alla catarsi delle ultime pagine. E per narrarla ci vuole coraggio, e molta onestà intellettuale, che ritroviamo in queste pagine. 

E finalmente l'ho trovato. A furia di comprare testi che non mi convincevano, e di leggerli tutti per intero prima di poterlo affermare, questo è il libro che cercavo, per spiegare ai diciottenni delle future quinte gli anni di piombo che hanno costituito il leit-motiv degli anni Settanta nel nostro Paese. 

Non è difficile, non è lungo, ed ha uno stile scorrevole, costruito tra testimonianza e ricostruzioni mai invadenti. Perde in complessità, guadagna in divulgazione; è un saggio per ragazzi, non un libro di letteratura; costituisce un'ottima base per affrontare i perché, comunque irrisolti, dell'odio e della violenza. 

Nello scegliere il libro da far leggere ai ragazzi due circostanze mi farebbero preferire il testo di Culicchia: primo, l'accompagnamento di riferimenti storici, che aiuta a collocare gli eventi nella loro epoca e a capire quale poteva essere lo stato d'animo delle persone in quegli anni; secondo, lo sguardo dell'autore che, come nipote della bambina che non doveva piangere e cugino amatissimo di Walter Alasia, brigatista morto a Sesto San Giovanni nel 1975 durante uno scontro a fuoco con la polizia, rende quelle vicende con il cuore di chi ha vissuto vicino ai protagonisti reali della vicenda e vi si è trovato, pur bambino, coinvolto insieme a tutta la sua famiglia. 

Ma nell'affrontare una vicenda in cui il dolore individuale e familiare si intreccia profondamente con la storia collettiva, tutto viene messo sullo stesso piano: l'infanzia con il cugino Walter e l'adesione di questi alle BR,  i cortei di protesta e le violenze degli estremisti, la mamma delegata sindacale e quella complice di Renato Curcio, i poliziotti e i brigatisti, il PCI  e la DC, le istituzioni e i gruppi extraparlamentari, i giovani con la pistola e quelli con i volantini.. Il tentativo continuo di Culicchia di creare empatia nei confronti della vittima (non solo Walter ma anche sua madre, la protagonista del titolo), abbandona il doveroso tentativo di rendere la complessità di quella vicenda e di quell'epoca. 

Tuttavia è un libro che si legge come un romanzo, e ciò sarebbe d'aiuto per dei ragazzi che generalmente sfuggono la complessità. 

Analogamente ad altri libri dell'autore, anche quest'opera ci sollecita a riconoscerci parte di un destino collettivo. Ciò che in particolare colpisce in queste pagine è il richiamo a una vita sobria e povera — esattamente come quella di Francesco d'Assisi — quale paradigma per abitare il nostro pianeta e superare il problema dello sfruttamento delle risorse. È qui che il libro va oltre la dimensione meramente scientifica per intrecciarsi a quella umanistica, facendosi riflessione etica. Ogni strofa del Cantico diventa allora il pretesto per esplorare il ruolo che il sole, il vento, l'acqua e la terra svolgono nel sostenere e custodire la vita. Solo riconoscendoli come parte della nostra stessa famiglia — come fratelli e sorelle tra gli esseri viventi — e solo comprendendo ciò che fanno le piante - vivere in modo solidale con ciò che le circonda - potremo costruire un rapporto diverso con il mondo naturale, adottando quella sobrietà nell'uso delle risorse che Francesco indicava come necessità spirituale prima ancora che pratica,

Con questo cambio di prospettiva sarà possibile garantire alla nostra Terra le  condizioni per continuare a fiorire. Stefano Mancuso ammette che non è una certezza, ma resta una possibilità concreta.

Il 12 maggio 1977 in piazza Navona a Roma era stata organizzata dai radicali una manifestazione per ricordare il referendum sul divorzio, nonostante il divieto imposto dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga: il Paese si trovava in una fase estremamente tesa, a ridosso di eventi ancora più drammatici come il sequestro Moro, attraversato da un clima che molti hanno descritto come prossimo alla guerra civile.

In questo contesto si inserisce il lavoro di Concetto Vecchio, che torna su un caso mai davvero chiarito: l'uccisione di una ragazza di diciannove anni, Giorgiana Masi, che diventò  il simbolo di un'intera stagione storica. 

Su quell'omicidio l'autore ha costruito un'indagine che si muove tra dinieghi istituzionali, testimonianze più o meno reticenti, smentite ufficiali e fotografie che smentiscono le prime a loro volta, luoghi rivisitati, incontri nostalgici: tutto nel tentativo di fare luce su una vicenda rimasta sospesa tra memoria e verità incompiuta. Ancora oggi quell'omicidio è rimasto senza colpevoli.

Il libro restituisce con efficacia l'atmosfera degli anni Settanta, segnata da conflitti ideologici, scontri di piazza e profonde fratture sociali. Figure come Marco Pannella emergono nel racconto insieme ai protagonisti della politica di quegli anni, contribuendo a delineare un quadro complesso e drammatico. 

Avrei voluto proporre questa lettura agli alunni di quinta liceo durante l'estate, perché rappresenta un'occasione significativa per avvicinarsi agli Anni di Piombo e comprenderne la tensione e le contraddizioni. Anche questo testo tuttavia richiede una conoscenza piuttosto solida del contesto politico e parlamentare dell'epoca, che i ragazzi difficilmente possiedono, e del resto la narrazione rimane più focalizzata sul singolo episodio  Per questo motivo, pur riconoscendone il grande valore documentario e narrativo, ritengo che non sia la scelta più adatta per studenti che si avvicinano per la prima volta a quel periodo storico.

Uno dei testi letti per scegliere i libri da assegnare ai ragazzi quest'estate. Il ritmo delle pagine è incalzante: uno dopo l'altro leggiamo di proteste, articoli di giornale, scioperi, radio libere, scontri di piazza, fascisti, attentati, gruppi extraparlamentari, eroina, pistole, agguati, minacce, scontri di piazza, cortei, omicidi, rivendicazioni, assemblee.. Alla fine il lettore che non sa (come i miei alunni) probabilmente si perde. Ma è un bellissimo libro, nulla da eccepire: le vicende sono ricostruite con cura e con una vis narrandi che assomiglia a sua volta a un inseguimento con quelle iconiche auto degli Anni Settanta.. 

Un anno tragico, è vero, ma come bene recita il sottotitolo, appassionato: là dove si riuscì a isolare la violenza nacquero idee e riforme che hanno saputo indicare la via a una società più giusta e più bella. Che poi il riflusso individualista degli yuppies e successivamente degli Anni Novanta e Duemila abbiano cancellato molta di quella passione, riportando indietro i diritti e la consapevolezza politica e sociale del nostro Paese, quello è un discorso diverso. 

Non sapevo nulla della serie Quelli dell'intervallo, né tanto meno conoscevo Valentina, una delle giovani protagoniste di quella serie. Un'intervista letta sul Corriere della Sera di qualche giorno fa mi ha rivelato che a pochi chilometri da casa mia, a Sannazzaro de' Burgondi, nel cuore della Lomellina, viveva Giulia Boverio, volto di successo del mondo Disney Channel tra il 2005 e il 2008.

Il giudizio di Giulia sull'ambiente della nostra provincia pavese è identico al mio, ma la mia adolescenza è stata invece molto differente dalla sua, attraversata dal successo in tv e soprattutto dalla possibilità di avere, grazie alle notevoli possibilità economiche  della famiglia, ogni esperienza che volesse: acquisti, scuole private, viaggi… tutto era a portata di mano.

Eppure non è bastato. Finita l'avventura in TV, Giulia non ha più trovato un posto per sé e per la sua autostima. Facendo ricorso a una narrazione "nuda e cruda", senza eufemismi o autocensure, l'autrice affronta le vicende legate alla depressione e all'alcolismo in cui è sprofondata, con famigliari anaffettivi che non sono in grado di rispondere al suo bisogno di affetto. 

Il libro si legge tutto d'un fiato, e non è un modo di dire.

Le ultime pagine portano con sé un messaggio di speranza: Giulia ha guardato in fondo al pozzo, e senza alcun miracolo ma nella consapevolezza di voler cambiare e di aver bisogno di aiuto, ha cominciato a risollevarsi. Questo libro è anche un invito a rompere il silenzio sulla salute mentale e sulle dipendenze, proprio come sta facendo lei anche attraverso il suo podcast Fuori dal buio

Ammetto che la scintilla è scoccata grazie a una proposta della mia supplente: è stata lei a mettermi tra le mani i Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Lei ha spiegato Pirandello ai ragazzi di quinta superiore, mentre io ero a casa dopo l'operazione: e ha dedicato una lezione a quel romanzo, che io di solito salto (le solite potature sacrificali in nome del programma). Dato che non l'avevo mai letto, e avevo con me il tempo della convalescenza, ho voluto cimentarmi con l'opera; e così ho sperimentato un cortocircuito intellettuale interessante, tra il Manifesto del Futurismo, spiegato in classe proprio prima di assentarmi, e le riflessioni del professor Galimberti sull'età della tecnica, che ogni anno puntualmente ricordo ai miei alunni (chissà se ne faranno uso alla maturità, finalmente?). 

Certo, guardando i miei studenti di quinta mi rendo conto che il ritmo, le sequenze narrative e quel lessico così tipicamente pirandelliano possano suonare loro decisamente fuori dal tempo, decisamente polverosi e finanche respingenti. Eppure, superata la barriera dello stile, la sostanza è di un'attualità feroce. La lettura mi ha affascinato proprio per come descrive l'uomo che si fa macchina: un processo di svuotamento dove l'individuo diventa un ingranaggio muto, un puro esecutore.

La cosa che più mi ha colpito, e che trovo quasi profetica, è l'idea che l'inarrestabile processo produttivo non si fermi davanti a nulla, nemmeno davanti alla morte. La macchina continua a girare, indifferente alla tragedia umana, trasformando la vita (e la fine della vita) in pura merce visiva. In un'epoca dominata dalla tecnica come la nostra, Serafino Gubbio non è più un personaggio del 1915, ma lo specchio di un'alienazione che non ha bisogno di spiegazioni, perché la stiamo vivendo in tutta la sua accettata ferocia, 

Tra i titoli selezionati dal Premio Asimov di quest'anno, ho scelto il libro di Anaïs Roux: a prima vista, il dettato appariva di costruzione adatta a un pubblico ampio, e le illustrazioni rendevano il testo più accattivante. Inoltre, quando ho sostenuto gli studi liceali le neuroscienze non entravano a far parte del programma di biologia, e quindi avrei avvicinato una materia nuova, che finora avevo incontrato solo attraverso gli articoli divulgativi dei quotidiani. 

In realtà l'opera mi ha lasciato delusa: senz'altro per la mia forma mentis, ormai plasticamente abbracciata alla letteratura, ma anche perché, come testo divulgativo, la Roux ha voluto mettere dentro, a mio parere, troppo. Se il testo ha come scopo la divulgazione, non basta inserire immagini e lacerti di vita quotidiana. Ciò che manca, sempre secondo la mia sensibilità di lettore, è l'affabulazione, che si incaglia nel voler riportare sistematicamente lessico e dati bibliografici come se si trattasse di un manuale. il risultato è un prodotto ibrido che non mi ha entusiasmato, e che ho fatto fatica a terminare dopo i primi capitoli. Chissà che ne pensano gli studenti di quarta liceo che l'hanno letto (ma l'hanno letto?). 

Il libro mi è stato regalato. I giudizi sulla quarta di copertina sono entusiastici. Il romanzo ad un certo punto decolla, e da lì ti viene voglia di non smettere fino alla fine, è vero. Però è anche vero che sei arrivato a un terzo delle pagine, che in totale sono 450: e anche nei capitoli seguenti una buona parte della trama ti sembra astutamente costruita su episodi-racconti anziché su una narrazione organica. 

Siamo alle solite: letteratura statunitense contemporanea acclamata come fucina di capolavori, ma che rivela tutta la sua debolezza bulimica; il formato è XXL, le vicende sono XXL, l'intento è XXL, e chi scrive ha dalla sua parte la gestione della tecnica ma con tutta probabilità una scarsa conoscenza del valore della letteratura come lezione di emozioni e impegno etico. 

Belle e avvincenti le scelte tecniche, come dicevo: il mescolarsi di reale e futuro leggermente distopico, di analessi e di prolessi, con ellissi lasciate affiorare in gran quantità. Ma possibile che i protagonisti non possano affermare nient'altro che la negazione di ogni altro sentimento che non sia il dolore e la disperazione? Amici, coniugi, figli, parenti, colleghi... tutto va verso una vertigine da buco nero. Forse l'autore voleva consegnarci una cronaca della sconfitta... ma l'atto di scrivere non è anche resistenza?

Ci voleva qualcosa di diverso per i ragazzi di quarta dove ho svolto la metà del programma che avrei dovuto svolgere. Per tanto così, mi sono detta, facciamo uno scarto: dal manuale, dalle raccomandazioni ministeriali, dalle nozioni che si ripetono anno dopo anno. Ho pensato di  scavare là dove le parole si saldano alle emozioni e a qualcosa (I Promessi Sposi) che, in un modo o nell’altro, rappresenta sempre una lettura in progress. Io stessa mi ritrovo infatti a leggerlo, e riprenderlo, e rileggerlo ancora, sperimentando continue lezioni nei contenuti e nello stile. 

Il libro della Mazzoni non è privo di difetti: in nome dell’agilità nella lettura, comunque apprezzabile  (in primo luogo per i ragazzi ma anche per chi cerca un libro appassionante come un corto) ha sacrificato la seconda parte della vita di Manzoni, quella dopo il 1840. Inoltre il suo stile è spiccatamente, testardamente, esageratamente frantumato in brevissimi periodi, talvolta privi della proposizione principale: il che accelera il ritmo come un videoclip, ma è anche uno stile che solo chi scrive bene come l’autrice può utilizzare senza rendersi patetico, mentre l’effetto su molti giovani lettori potrebbe essere esiziale…

Comunque io l'ho letto in un paio di sessioni, nell'arco di ventiquattro ore: e non mi sono per nulla pentita di averlo assegnato in lettura. C'è materiale fin che ne si vuole nelle 150 pagine del libro; struggenti quelle sull'incontro tra mamma Giulia e figlio Alessandro, ma anche il ricordo dell'amico Claude, tanto amato quanto distante negli ultimi anni di vita, in un crescendo di lettere alle quali l'amico non risponde, e dalle quali Manzoni non aspetta risposta.

Spero che l'esperimento riesca, e non per ricostruire la vita e l'opera di un autore trattato nel quarto anno delle superiori: il manuale diletteratura sarebbe ben più preciso. Ciò che sa fare questo libro è un invito ad osservare le emozioni raccontate nelle sue pagine, a riconoscerle per riconoscere le nostre, e a non vergognarcene.

Manzoni allora diventa un punto di riferimento, non scolastico e inarrivabile, ma come potrebbe esserlo il nostro parente alla lontana, quello di cui tutti parlano con ammirazione ed affetto, e che noi conosceremo un giorno, forse quando meno ce lo aspettiamo.  


Scritto da una giovane donna magistrato che ha lavorato anche con Nicola Gratteri e che da tre anni vive sotto scorta, è una bella proposta per mostrare ai giovani lettori che cosa significhi vivere in un piccolo paese calabrese dove la criminalità organizzata si declina in tanti modi, tutti comunque violenti anche quando non c'è lo spargimento di sangue: l'intimidazione, le prevaricazioni, le estorsioni, i delitti di sangue... Lara, la protagonista del romanzo, è una ragazzina di tredici anni che sta per affrontare l'esame di terza media, ma capisce che tutta la quotidianità del vita in paese è soggetta a confrontarsi  con la 'ndrangheta: ogni gesto, ogni scelta, anche la più banale, possono essere sottomissione oppure scelta di libertà. 

Scritto bene, senza alcuna concessione alla retorica e al paternalismo, mostra un'attenzione lodevole alla trama e al tono: sego di un'accortezza narrativa che si basa, indubbiamente, anche sui ricordi di infanzia. 

La pubblicazione è stata realizzata in occasione dell'omonima mostra "inGIUSTO! Storie di disuguaglianze sociali", nell'ambito dell'Anno dei Musei dell'Euregio 2025, dedicati al tema "guardare oltre". Che cos'è l'Euregio?  La regione europea unisce i tre territori del Tirolo, dell'Alto Adige (Sudtirolo) e del Trentino. 

L'evento intende offrire spunti di riflessione sull'evoluzione del concetto di uguaglianza, sulle diverse politiche per l'inclusione, sul concetto stesso di equità e giustizia sociale. Accanto a un manganello utilizzato dai fascisti in Trentino per conculcare la libertà dell'individuo, troviamo un gabinetto destinato agli optanti altoatesini del '39, che in Austria godevano di privilegi che la popolazione locale invidiava. Così come sono esposte le musicassette di un immigrato turco, che lavorando a Telfs, in Tirolo, nei primi anni '70 doveva recarsi fino a Monaco di Baviera per poter acquistare qualche disco di musica pop turca. Le successive generazioni di quegli immigrati hanno conseguito la cittadinanza nei Paesi di immigrazione; tuttavia, davvero acutamente, i curatori della mostra si chiedono se "appartenenza" significhi anche "sentirsi a casa".  

Dal casinò della Val d'Aosta alle imprese del Trentino Alto Adige, la presenza della 'ndrangheta nell’Italia Settentrionale non è frutto di un "contagio" esterno, come pure non è il prodotto della povertà. È invece la conseguenza di un sistema basato su clientelismo, mediazioni opache, assenza di etica professionale. I due autori ripercorrono la diffusione della ‘ndrangheta al Nord, fenomeno che inizia tra gli anni Sessanta e Settanta, sottolineando che "le mafie, soprattutto nelle regioni che determinano l'andamento dell'economia nazionale, sono diventate agenzie di servizi, o meglio vengono sempre più percepite come tali. Niente sangue, niente allarme". 
Silenzi, sottovalutazioni, relazioni illecite tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata, hanno consentito alla 'ndrangheta di diventare una solida presenza con "locali" in ogni regione del Nord;  presenza confermata dalle numerose operazioni giudiziarie e da diversi Consigli Comunali sciolti per infiltrazioni mafiose. 

Un altro libro che si legge come un romanzo: le pagine sono poco meno di centottanta ma non sacrificano la dovizia di informazioni, mentre il ritmo della narrazione rimane agile e spedito senza nessun affanno e senza penalizzare lo stile. 

Un libro coinvolgente, destinato in primis ai giovani lettori (10-15 anni), ma in realtà adatto a tutti: non vuole essere opera di indagine storico-documentale, bensì  testimonianza autobiografica. La vergogna delle leggi razziali fasciste e la tragedia della Shoah diventano tessuto di una vicenda personale, fatta anche di aspetti diversi e privati, comunque sempre autenticamente avvincenti.

Rispetto al Pane perduto di Edith Bruck c'è una maggiore semplificazione narrativa, ma il sottofondo è identico: il venir meno di ogni aspetto d'umanità, sepolto non solo dalla violenza brutale dei nazi-fascisti, ma anche da quella violenza invisibile che è l'indifferenza. 

Da leggere chiunque tu sia. 

Su invito di una collega, che ha una figlia laureata in lingua e letteratura russa, ho visitato il blog letterario di quest'ultima, dal titolo eloquente di Russi di nicchia. Ebbene, ho pescato questo romanzo che mi ha  lasciato letteralmente stupefatta perché è l'evidente ispirazione e modello del blasonatissimo 1984 di George Orwell, pur essendo un testo di cui ignoravo (come credo il 90% dei lettori di Orwell) l'esistenza. 

L’opera, completata nel 1921-22, presenta un inquietante carattere profetico: l'autore immagina una società futura in cui ogni aspetto della vita è rigidamente regolato dallo Stato Unico, dove nulla è lasciato al caso poiché ogni cosa, compreso l'amore,  è basata sulla logica matematica. È una realtà da cui viene eliminato qualsiasi elemento irrazionale o emotivo che possa turbare l'ordine sociale, e dove .gli uomini perdono la propria individulità (da qui il ritolo: Noi). 

Non mi soffermo ulteriormente sui contenuti e sull’autore, ma vi rimando al sito citato, dove potrete trovare informazioni e suggestioni su altri scrittori misconosciuti della letteratura russa. 

Devo tuttavia riconoscere che la versione dell’opera in italiano (io ho letto l'edizione Fanucci del 2021, nella traduzione di Alessandro Cifariello) richiede, a detta di tutti, una lettura abbastanza impegnativa, per via dello stile  "matematico" utilizzato dall'autore. Questo stile non è immediatamente riproducibile nella nostra lingua, viste le profonde differenze da quella russa.  

Mi preme comunque constatare, da docente, che è un libro irrinunciabile se si vuole parlare dell'orwelliano 1984 e di Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Inevitabile, infine, associare a quel contesto iper-razionale e spersonalizzato la disumanizzazione efficientista dell'età della tecnica descritta da Umberto Galimberti. 

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Veramente un bel libro. Se anche alcuni dettagli tecnici non li capite, potete fare come me: sorpassarli e lasciarvi prendere dal corso ininterrotto dei dati, dei riferimenti, dei contributi degli esperti citati. Una prosa scorrevole e a tratti appassionante come quella di un romanzo. Ecco che ho deciso di far leggere ai miei alunni di quarta e quinta: così la smetteranno di fare della mafia il solito esercizio retorico nel compianto degli eroi morti e lontani da noi. 

Libro senz'altro completo per chi non ha un'idea precisa di cosa siano le organizzazioni criminali di stampo mafioso in Italia e nel mondo, e come operino. Certo, il linguaggio è piuttosto semplice e così pure le informazioni sono di stile didattico. Va bene per le giovani generazioni e anche per gli adulti, perché no? Ma per i miei alunni diciottenni ho scelto altro (vedi sopra)

Racconti ispirati all'esperienza di Bulgakov come giovane (e inesperto) medico durante e poco dopo la Prima Guerra Mondiale. Un realismo narrativo attento ai dettagli, di cui i narratori russi di quegli anni sapevano tessere magnificamente  la trama.  

©Paola Comelli, 2026. Tutti i diritti riservati. Le immagini sono state scattate dall'autrice.

paola66.scrittura@gmail.com  
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