A.S. 2025/26

Il libro mi è stato regalato. I giudizi sulla quarta di copertina sono entusiastici. Il romanzo ad un certo punto decolla, e da lì ti viene voglia di non smettere fino alla fine, è vero. Però è anche vero che sei arrivato a un terzo delle pagine, che in totale sono 450: e anche nei capitoli seguenti una buona parte della trama ti sembra astutamente costruita su episodi-racconti anziché su una narrazione organica. 

Siamo alle solite: letteratura statunitense contemporanea acclamata come fucina di capolavori, ma che rivela tutta la sua debolezza bulimica; il formato è XXL, le vicende sono XXL, l'intento è XXL, e chi scrive ha dalla sua parte la gestione della tecnica ma con tutta probabilità una scarsa conoscenza del valore della letteratura come lezione di emozioni e impegno etico. 

Belle e avvincenti le scelte tecniche, come dicevo: il mescolarsi di reale e futuro leggermente distopico, di analessi e di prolessi, con ellissi lasciate affiorare in gran quantità. Ma possibile che i protagonisti non possano affermare nient'altro che la negazione di ogni altro sentimento che non sia il dolore e la disperazione? Amici, coniugi, figli, parenti, colleghi... tutto va verso una vertigine da buco nero. Forse l'autore voleva consegnarci una cronaca della sconfitta... ma l'atto di scrivere non è anche resistenza?

Ci voleva qualcosa di diverso per i ragazzi di quarta dove ho svolto la metà del programma che avrei dovuto svolgere. Per tanto così, mi sono detta, facciamo uno scarto: dal manuale, dalle raccomandazioni ministeriali, dalle nozioni che si ripetono anno dopo anno. Ho pensato di  scavare là dove le parole si saldano alle emozioni e a qualcosa (I Promessi Sposi) che, in un modo o nell’altro, rappresenta sempre una lettura in progress. Io stessa mi ritrovo infatti a leggerlo, e riprenderlo, e rileggerlo ancora, sperimentando continue lezioni nei contenuti e nello stile. 

Il libro della Mazzoni non è privo di difetti: in nome dell’agilità nella lettura, comunque apprezzabile  (in primo luogo per i ragazzi ma anche per chi cerca un libro appassionante come un corto) ha sacrificato la seconda parte della vita di Manzoni, quella dopo il 1840. Inoltre il suo stile è spiccatamente, testardamente, esageratamente frantumato in brevissimi periodi, talvolta privi della proposizione principale: il che accelera il ritmo come un videoclip, ma è anche uno stile che solo chi scrive bene come l’autrice può utilizzare senza rendersi patetico, mentre l’effetto su molti giovani lettori potrebbe essere esiziale…

Comunque io l'ho letto in un paio di sessioni, nell'arco di ventiquattro ore: e non mi sono per nulla pentita di averlo assegnato in lettura. C'è materiale fin che ne si vuole nelle 150 pagine del libro; struggenti quelle sull'incontro tra mamma Giulia e figlio Alessandro, ma anche il ricordo dell'amico Claude, tanto amato quanto distante negli ultimi anni di vita, in un crescendo di lettere alle quali l'amico non risponde, e dalle quali Manzoni non aspetta risposta.

Spero che l'esperimento riesca, e non per ricostruire la vita e l'opera di un autore trattato nel quarto anno delle superiori: il manuale diletteratura sarebbe ben più preciso. Ciò che sa fare questo libro è un invito ad osservare le emozioni raccontate nelle sue pagine, a riconoscerle per riconoscere le nostre, e a non vergognarcene.

Manzoni allora diventa un punto di riferimento, non scolastico e inarrivabile, ma come potrebbe esserlo il nostro parente alla lontana, quello di cui tutti parlano con ammirazione ed affetto, e che noi conosceremo un giorno, forse quando meno ce lo aspettiamo.  


Scritto da una giovane donna magistrato che ha lavorato anche con Nicola Gratteri e che da tre anni vive sotto scorta, è una bella proposta per mostrare ai giovani lettori che cosa significhi vivere in un piccolo paese calabrese dove la criminalità organizzata si declina in tanti modi, tutti comunque violenti anche quando non c'è lo spargimento di sangue: l'intimidazione, le prevaricazioni, le estorsioni, i delitti di sangue... Lara, la protagonista del romanzo, è una ragazzina di tredici anni che sta per affrontare l'esame di terza media, ma capisce che tutta la quotidianità del vita in paese è soggetta a confrontarsi  con la 'ndrangheta: ogni gesto, ogni scelta, anche la più banale, possono essere sottomissione oppure scelta di libertà. 

Scritto bene, senza alcuna concessione alla retorica e al paternalismo, mostra un'attenzione lodevole alla trama e al tono: sego di un'accortezza narrativa che si basa, indubbiamente, anche sui ricordi di infanzia. 

La pubblicazione è stata realizzata in occasione dell'omonima mostra "inGIUSTO! Storie di disuguaglianze sociali", nell'ambito dell'Anno dei Musei dell'Euregio 2025, dedicati al tema "guardare oltre". Che cos'è l'Euregio?  La regione europea unisce i tre territori del Tirolo, dell'Alto Adige (Sudtirolo) e del Trentino. 

L'evento intende offrire spunti di riflessione sull'evoluzione del concetto di uguaglianza, sulle diverse politiche per l'inclusione, sul concetto stesso di equità e giustizia sociale. Accanto a un manganello utilizzato dai fascisti in Trentino per conculcare la libertà dell'individuo, troviamo un gabinetto destinato agli optanti altoatesini del '39, che in Austria godevano di privilegi che la popolazione locale invidiava. Così come sono esposte le musicassette di un immigrato turco, che lavorando a Telfs, in Tirolo, nei primi anni '70 doveva recarsi fino a Monaco di Baviera per poter acquistare qualche disco di musica pop turca. Le successive generazioni di quegli immigrati hanno conseguito la cittadinanza nei Paesi di immigrazione; tuttavia, davvero acutamente, i curatori della mostra si chiedono se "appartenenza" significhi anche "sentirsi a casa".  

Dal casinò della Val d'Aosta alle imprese del Trentino Alto Adige, la presenza della 'ndrangheta nell’Italia Settentrionale non è frutto di un "contagio" esterno, come pure non è il prodotto della povertà. È invece la conseguenza di un sistema basato su clientelismo, mediazioni opache, assenza di etica professionale. I due autori ripercorrono la diffusione della ‘ndrangheta al Nord, fenomeno che inizia tra gli anni Sessanta e Settanta, sottolineando che "le mafie, soprattutto nelle regioni che determinano l'andamento dell'economia nazionale, sono diventate agenzie di servizi, o meglio vengono sempre più percepite come tali. Niente sangue, niente allarme". 
Silenzi, sottovalutazioni, relazioni illecite tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata, hanno consentito alla 'ndrangheta di diventare una solida presenza con "locali" in ogni regione del Nord;  presenza confermata dalle numerose operazioni giudiziarie e da diversi Consigli Comunali sciolti per infiltrazioni mafiose. 

Un altro libro che si legge come un romanzo: le pagine sono poco meno di centottanta ma non sacrificano la dovizia di informazioni, mentre il ritmo della narrazione rimane agile e spedito senza nessun affanno e senza penalizzare lo stile. 

Un libro coinvolgente, destinato in primis ai giovani lettori (10-15 anni), ma in realtà adatto a tutti: non vuole essere opera di indagine storico-documentale, bensì  testimonianza autobiografica. La vergogna delle leggi razziali fasciste e la tragedia della Shoah diventano tessuto di una vicenda personale, fatta anche di aspetti diversi e privati, comunque sempre autenticamente avvincenti.

Rispetto al Pane perduto di Edith Bruck c'è una maggiore semplificazione narrativa, ma il sottofondo è identico: il venir meno di ogni aspetto d'umanità, sepolto non solo dalla violenza brutale dei nazi-fascisti, ma anche da quella violenza invisibile che è l'indifferenza. 

Da leggere chiunque tu sia. 

Su invito di una collega, che ha una figlia laureata in lingua e letteratura russa, ho visitato il blog letterario di quest'ultima, dal titolo eloquente di Russi di nicchia. Ebbene, ho pescato questo romanzo che mi ha  lasciato letteralmente stupefatta perché è l'evidente ispirazione e modello del blasonatissimo 1984 di George Orwell, pur essendo un testo di cui ignoravo (come credo il 90% dei lettori di Orwell) l'esistenza. 

L’opera, completata nel 1921-22, presenta un inquietante carattere profetico: l'autore immagina una società futura in cui ogni aspetto della vita è rigidamente regolato dallo Stato Unico, dove nulla è lasciato al caso poiché ogni cosa, compreso l'amore,  è basata sulla logica matematica. È una realtà da cui viene eliminato qualsiasi elemento irrazionale o emotivo che possa turbare l'ordine sociale, e dove .gli uomini perdono la propria individulità (da qui il ritolo: Noi). 

Non mi soffermo ulteriormente sui contenuti e sull’autore, ma vi rimando al sito citato, dove potrete trovare informazioni e suggestioni su altri scrittori misconosciuti della letteratura russa. 

Devo tuttavia riconoscere che la versione dell’opera in italiano (io ho letto l'edizione Fanucci del 2021, nella traduzione di Alessandro Cifariello) richiede, a detta di tutti, una lettura abbastanza impegnativa, per via dello stile  "matematico" utilizzato dall'autore. Questo stile non è immediatamente riproducibile nella nostra lingua, viste le profonde differenze da quella russa.  

Mi preme comunque constatare, da docente, che è un libro irrinunciabile se si vuole parlare dell'orwelliano 1984 e di Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Inevitabile, infine, associare a quel contesto iper-razionale e spersonalizzato la disumanizzazione efficientista dell'età della tecnica descritta da Umberto Galimberti. 

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Veramente un bel libro. Se anche alcuni dettagli tecnici non li capite, potete fare come me: sorpassarli e lasciarvi prendere dal corso ininterrotto dei dati, dei riferimenti, dei contributi degli esperti citati. Una prosa scorrevole e a tratti appassionante come quella di un romanzo. Ecco che ho deciso di far leggere ai miei alunni di quarta e quinta: così la smetteranno di fare della mafia il solito esercizio retorico nel compianto degli eroi morti e lontani da noi. 

Libro senz'altro completo per chi non ha un'idea precisa di cosa siano le organizzazioni criminali di stampo mafioso in Italia e nel mondo, e come operino. Certo, il linguaggio è piuttosto semplice e così pure le informazioni sono di stile didattico. Va bene per le giovani generazioni e anche per gli adulti, perché no? Ma per i miei alunni diciottenni ho scelto altro (vedi sopra)

Racconti ispirati all'esperienza di Bulgakov come giovane (e inesperto) medico durante e poco dopo la Prima Guerra Mondiale. Un realismo narrativo attento ai dettagli, di cui i narratori russi di quegli anni sapevano tessere magnificamente  la trama.  

©Paola Comelli, 2025. Tutti i diritti riservati. Le immagini sono state scattate dall'autrice.
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