A.S. 2019/20
Rieccoci in aula. Il tempo per il piacere di leggere diminuisce, senza dubbio. Ma resta. A testimoniare che l'atto di leggere un libro - un romanzo, un saggio, una biografia, un diario di viaggio, una raccolta di poesie, una collana di racconti - è un'azione di libertà tra i doveri quotidiani, un modo di incontrare idee e sentimenti senza lasciarci irretire da nient'altro che non sia la nostra scelta. Certo, c'è anche il giornale, la rivista, l'articolo d'essai... Ma un libro rappresenta un'avventura sempre diversa, un viaggio breve o lungo che ci porta lungo l'asse del tempo e la coordinata delle emozioni.
Letture nell'emergenza: libri che mi hanno accompagnato durante sette settimane a casa
Ovviamente elencati senza altra pretesa che illustrare ciò che, un po' qui e un po' là, ha riempito e i pochissimi buchi delle giornate: alla faccia dello smartworking, solo fare la spesa è un'impresa titanica, per non parlare della didattica H16: 24 ore no, stacco il telefono e il pc dalle 23.00 alle 7.00, ma sentire l'ultimo alunno alle dieci e trenta di sera perché non si raccapezza negli esercizi è pur sempre qualcosa di straordinario...






Raccolta di articoli usciti su varie testate, e quindi sconta la frammentazione delle antologie costruite per motivi economici o accademici (oltre che a farti rileggere molte delle considerazioni contenute nel successivo "Il mito delle origini"). Ma se non avete tante pretese, è garbato e piacevole.


Nel bell'italiano contemporaneo di Piero Melograni è tutta un'altra cosa. Perché mai ci ostiniamo a farlo leggere ai ragazzi in lingua originale? Che cosa ci guadagnano? La lingua è troppo accidentata perché vedano la perfetta architettura sintattica di Machiavelli, che dovrebbe essere citato come esempio degli esempi di testo argomentativo. Quanto al contenuto, si rimane ammirati per la vasta cultura di chi scrive, perché non cita mai a sproposito, ma sempre con un motivo ben chiaro al lettore. Questo ho apprezzato massimamente nell'opera: la volontà di essere perspicuo, di doverlo essere perché ogni concetto, ogni esempio, ogni citazione devono essere chiari al lettore. Libro sommamente didattico, da questo punto vista, e ancor più prezioso perché scritto da chi sa che quella merce è rara e teme (a buon diritto) che proprio per la portata cristallina dei contenuti e del dettato sarà probabilmente poco apprezzata da chi potrebbe trarne giovamento. Intanto tromboni ampollosi e melliflui servitori avevano la meglio con la loro mediocre intelligenza: questa infatti è poco temuta e anzi cercata da chi governa. Una parabola che ho conosciuto e che conosco fin troppo bene.

Quando si tratta Machiavelli si è sempre sul finire dell'anno, e quindi lo si fa un po' in affanno. Quest'anno però ho deciso di rileggermi in italiano contemporaneo le due opere più citate dello scrittore fiorentino.
Era stato proprio don Lorenzo Milani a porre per primo il problema della possibilità/necessità di tradurre i classici italiani nell'italiano contemporaneo; lui in verità si riferiva a Manzoni e al suo don Rodrigo "in treno da caccia", ma quell'affermazione che fece scalpore negli anni '60 (tradurre il Manzoni!) oggi sta diventando una realtà accettata e anche benvenuta.
Finalmente mi sono goduta quella commedia che al tempo del liceo e dell'Università si era dimostrata poco amichevole nelle sue vesti profondamente fiorentine e cinquecentesche. Brillante, arguta, intelligente: finalmente capivo perché è ancora una commedia di successo, perché la gente va a vederla e si diverte, portando a casa, invece di un cervello tramortito dalle inezie e dalle volgarità, buon umore e perspicacia.
Un uomo colpito nel destino e provato dalla vita e dall'invidia altrui si è dimostrato capace di regalarci un testo così piacevole e leggero, senza che mai ti sfiori l'idea che sia sciocco o, al contrario, greve. La Chiesa ci fa una brutta figura, la borghesia pure; eppure non non c'è un momento in cui ti pare che Machiavelli esageri.
Era da tempo che avrei voluto leggere qualcosa di questo autore, perché desideravo offrire ai miei alunni un esempio di come la Storia si declini lungo numerose suggestioni, e non solo nelle anemiche sinossi dei testi scolastici. Mi è bastato un pomeriggio, visto che il saggio è cucinato a puntino: curato nelle fonti, ben costruito nello stile, potente nella tesi supportata, ovvero che ricercare le origini non è un semplice ritorno alle radici, ma un movimento a tratti ondivago, tortuoso, pieno di scoperte e di avventure ad ogni curva. E poi che "radici" e "purezza" è un'antinomia. Infine, che lo studio delle cause non è un mero "che c'è prima di", ma un ricercare fatti senza dimenticare i contesti, per poi coniugare i due elementi e scorgervi il cammino della Storia.
Saggio bellissimo, che sfata alcuni miti consolidati ma falsi (per esempio, non fu Marco Polo a portare la pasta in Europa, dato che già Greci e Romani la conoscevano) e che vi mette appetito. Saggio azzeccatissimo, che si legge come un libro giallo, un indizio (un ingrediente!) dietro l'altro.
Che avevo detto qui sotto dei docenti universitari italiani che sanno scrivere tanto bene quanto divulgativamente? Eccone un altro esempio.


Il linguaggio come lo vede una sociolinguista cresciuta bilingue (e una delle due è una lingua non indoeuropea). L'Italiano come una ricchezza che dobbiamo coltivare senza ardori grammarnazi e senza sciatterie populiste.
Se i docenti universitari sanno ancora scrivere così bene e così divulgativamente, allora possiamo sperare senza timore nel futuro della nostra cultura.
Un libro che si legge come un romanzo, e di quelli appassionanti.

A disposizione avevo tre scelte per i miei alunni: Anna Karenina, Madame Flaubert ed Effi Briest. Tre donne che tradiscono, tutte e tre perché aspirano a qualcosa di più di ciò che hanno e di cui devono, forzatamente, essere soddisfatte. Tradiscono per noia, per povertà d'affetti, perché non si sentono persone ma cose. Volevo uno dei tre romanzi da far leggere ai miei studenti perché scoprissero che cosa significasse per una donna "tradire" nel corso o alla fine del secolo XIX, e alla fine ho scelto il romanzo di Theodor Fontane, perché è il meno complesso e direi anche il più facile da capire. Ma non significa che abbia un minor valore letterario, anzi, è un romanzo-capolavoro che va riscoperto e promosso, proprio per la sua limata essenzialità e per la figura della protagonista su cui si posano tutte le simpatie del lettore. Una ragazzina di diciassette anni che si trova, improvvisamente, a far da moglie a un finto uomo di mondo, un bacchettone innamorato solo di sé e dell'amor proprio.
E dite che non ne esistono più di uomini così?

Il thriller mi è piaciuto, e anche se non frequento il genere mi è venuta voglia di leggere qualche altro titolo dell'autore. Il romanzo, tuttavia, dà di Reykjavìk e dell'Islanda l'idea di un posto assai più squallido della nostra criminosa Italia: pur senza mafia, ecco che incidenti, ammazzamenti, e droghe dozzinali sembrano costituire l'ossatura del Paese, in un grigiore che neppure il crimine può riscattare.

Mi aspettavo qualcosa di più convincente. Non che abbia dubbi sulla necessità di conoscere la storia dell'antichità classica, di leggerne la letteratura, di frequentarne l'arte e, possibilmente, di esercitarsi nella lingua latina. Ma proprio perché oggi tale necessità viene negata in nome di una malposta produttività tecnicologica, che quindi rigetta un sapere che non sia IMMEDIATAMENTE spendibile, credo che la parte migliore di tutto il saggio sia proprio quella in cui all'utilità viene affiancata la profondità del sapere, che in quanto tale non si misura in pragmatismi spicci e operatività dozzinale, ma in consapevolezza e pensiero critico. Di questo i greci e i latini sono stati i padri fondatori, e i nostri maestri: chi lo nega fa la fine di chi nega il darwinismo.

Questo libro è un altissimo esempio di biografia che si fa Storia.
Ma perché mai non viene citato dalle antologie, e non lo si ritrova tra le letture del quinto anno di scuola superiore?
Lasciate perdere le oneste raccomandazioni dell'autore a inizio opera, perché la sua esperienza è un ritratto fedele, tutt'altro che soggettivo, di quel fenomeno storico, anche se visto soprattutto in un'isola dove la resistenza ai fasci fu generosa. Se volete sapere che cosa è stato il fascismo, e perché è nato, mettete da parte il manuale e leggete questo libro.

La Storia vede affermarsi moti a spirale, e quindi non è mai se stessa, semmai osserva ricorsi di movimenti passati che si ripropongono, mai immutati tuttavia, nel futuro. E il riformismo intelligente, quello che guarda al futuro e non ai conteggi elettorali, quello che si nutre di popolo e non solo di decisioni calate dall'alto, può essere una strategia vincente. Un primo moto di stupore mi ha colpito leggendo questa tesi, poiché conoscevo piuttosto le teorie radicali del prof. Canfora, che con il titolo ci rimanda agli eventi che rivoluzionano un periodo e poi lo modellano perché lo stesso venga superato da altro tempo, da altri eventi. Il testo riecheggia Heghel accanto a Marx, e sottolinea l'accenno impietoso al presente dove la democrazia è già superata dai populismi, echi del fascismo e del nazismo di soli 90 anni fa.
Se cercate risposte non le troverete, o meglio, non vi sembreranno convincenti; ma poi il prof. Canfora vi rimanderà al Dialogo di Tristano e un amico di Leopardi e vi sembrerà che tutto sia già stato scritto, e che solo l'acutezza delle lettere e della cultura consenta di vedere ciò che gli occhi dei molti non scorgono perché obnubilati da altro, compreso il bisogno.
Se c'è un libro che vi fa venire voglia di continuare a studiare e ad aggiornarvi è questo: un effetto collaterale da non trascurare.

Ma come scrive bene Giorgio Boatti! Questa è la prima sensazione che mi si è impressa nella mente: una scrittura sapiente e ben costruita, alta come una cattedrale, scorrevole come un fiume placido. Il piacere di leggere una scrittura bella (bella!) come questa si accompagna all'ammirazione per la dovizia della ricostruzione dei fatti. Un lavoro eccellente, denso di riferimenti, preciso nella composizione delle vicende e nel disporsi delle testimonianze. Io ho saltato tutte le note, perché mi interessava la concatenazione narrativa; chi volesse, tuttavia, può dedicarsi al curatissimo apparato di note che, ad ogni capitolo, rassicura il lettore della bontà delle fonti.
All'ammirazione per il lavoro dello scrittore si accompagna, almeno per parte mia, una sconfinata tristezza: per l'(in)evitabile aggrovigliarsi del tragico ammasso di nodi e deviazioni dalla verità, ammonticchiate con scientifica lucidità dai servizi segreti italiani, dai politici di quegli anni, da molta parte del giornalismo italiano, prono ovviamente alle veline del Potere. Ammirevole il silenzio del popolo che si riunì per il funerale; odioso il silenzio degli apparati dello Stato che coprirono i crimini delle formazioni di destra e neofasciste e che cercarono di destabilizzare la giovane Repubblica Italiana.

L'autobiografia di una vicenda esemplare e per questa degna di nota. Per il resto, rimpiango il Rigoni Stern con i suoi racconti sulla e della montagna: qui si sprofonda nella narrazione doverosa, là si vola con la passione e la fantasia.

Quando un tuo alunno ti dice che il libro gli è piaciuto così tanto che ha voluto vedere il film tratto da questo romanzo, allora non c'è dubbio: le parole di Bassani colpiscono nel segno, disegnano una vicenda vicina e spietata, letta nella profondità psicologica che la penna dell'autore traccia con delicatezza e pudore, ma senza nessuna esitazione.
Un libro che andrebbe riscoperto e letto per il refrain sottostante: attenti a non emarginare il diverso, si perde intelligenza e umanità.
C'è voluta la richiesta di una collega perché lo rileggessi, e un week end passato a curarmi anziché andare a zonzo come mi ero prefissa.
Ma Stendhal è capace di indagare così bene la mente e il cuore umano, i meccanismi della prima e i moti del secondo , che ti stupisci che non sia lì a leggere i tuoi.

Il romanzo è ponderoso, e qui e là si trova qualche disarmonia nella fabula e nell'intreccio. Ma poco, davvero, rispetto al maestoso dispiegarsi della fine indagine psicologica, della scrittura capace e ben costruita, dell'immagine della Francia del 1830 che vale molto di più di un qualsiasi manuale di storia.

Sicuramente "Il commesso" resta, per quanto mi riguarda, ben al di sopra di questo romanzo, il primo pubblicato. Un romanzo decisamente americano nella vicenda, nella psicologia dei personaggi, nello stile. Lascia a desiderare la luce intermittente su certi caratteri (Iris prima di tutto) che appaiono e scompaiono senza che se ne capisca la ragione.
Un libro che ti mette l'amaro in bocca, e che alla fine ti convince di aver capito ben poco del protagonista.

